Pennivendoli e puttane 2019

Ho sempre immaginato il/la giornalista come una persona pacata, attenta ai dettagli, cordiale, ma, allo stesso tempo, pungente e incalzante. Insomma, l’opposto di Gianluigi Paragone.

Gianluigi Paragone, ex conduttore di La7, ora senatore M5S

Battute a parte, la mia immagine mentale del giornalismo è probabilmente ancora molto legata al giornalismo “1.0”, quello della carta stampata e dei telegiornali.

La crescita del web e, soprattutto, dei social network ha portato al cambiamento delle fonti e del modo di informarsi: se prima tg e giornali funzionavano come gatekeepers, selezionando cioè gli argomenti ritenuti rilevanti e lasciando fuori quelli trascurabili, oggi chiunque può scrivere ciò che vuole (vero o meno) e pubblicarlo. Questa funzione svolta dal giornalismo è, secondo me, ciò che porta molte persone a informarsi direttamente dalle fonti dei partiti. Ultimamente una fetta del corpo elettorale – sostenuta anche da esponenti di punta dei partiti di governo – si riferisce ai giornalisti con termini come, ad esempio, “pennivendoli e puttane”

Ma cos’è che non piace ai partiti e ai loro votanti? In poche parole, la verità. Qualsiasi tg che metta in luce gli aspetti più spinosi e problematici del partito diventa un tg al soldo di *INSERISCI QUI NOME DI PARTITO*. Ancora peggio la questione sondaggi: secondo molti sono realizzati con il solo scopo di orientare i voti su determinati partiti. Anche quando sono realizzati da società private. Anche quando persino il Governo si affida a quelle società per i propri sondaggi.

Il paradosso però è il fatto che, più certi soggetti definiscono i giornalisti “puttane”, più i giornalisti intervistano quelle figure, spesso e volentieri senza contraddittorio (Casalino docet) e con domande concordate con l’intervistato. L’intervista diventa, così, un megaspot per il partito del caso.

Luigi Di Maio in conferenza stampa.
Foto di Stefano Montesi – Corbis/Getty Images

Termino qui la prima parte di questa piccola analisi sul giornalismo nel 2019, nei prossimi giorni entrerò nel vivo approfondendo alcuni aspetti più particolari.

Perché dobbiamo fare rete contro i populisti

La politica, ormai, si fa sui social.

Più passa il tempo più mi rendo conto del fatto che il dibattito politico assume sempre più i toni di una discussione sportiva: ognuno difende la sua fazione, la sua squadra senza se e senza ma. E lo fa con l’equivalente dei cori da stadio: frasi standardizzate ripetute sino alla nausea (“pidioti”, “grullini”, “fascioleghisti”, “risorse boldriniane” e così via). Ma l’insulto e il dileggio non producono nulla di aggiuntivo, non danno nessuna informazione, nessun dato; sono completamente fini a sé stessi. L’obiettivo non deve essere quello di prendere in giro chi si sta fidando di venditori di fumo, l’obiettivo è quello di fare il nostro piccolo per migliorare le cose, anche se detto così sembra uno di quei discorsi da idealista del cazzo. Quindi mettiamo bene le cose in prospettiva: in che modo migliora le cose dare del fascista a uno che vota Salvini? (Sia ben chiaro, si tratta di una descrizione che – purtroppo – spesso corrisponde al vero) E se invece provassimo a smontare pezzo per pezzo le sue argomentazioni? Iniziamo a chiedere le fonti delle sue affermazioni, a fare debunking, a dare dati veri e oggettivi. Una parte dei sostenitori del Governo si informa quasi esclusivamente tramite le fonti dei partiti che, come ben sapete, propinano una marea di dati parziali o comunque non corretti.

Matteo Salvini mostra un cartello con i numeri di immigrati morti in mare durante la trasmissione televisiva Porta a Porta in onda su Rai Uno, Roma, 10 gennaio 2019. ANSA/RICCARDO ANTIMIANI

Le parole chiave devono quindi essere debunking, dati ufficiali e oggettività. Provate a dire a chi sostiene che sia in atto un’invasione che in realtà, il Ministero dell’Interno, ha registrato nel 2018 (già da prima delle elezioni) un calo di più dell’80% degli arrivi. Dategli il link al sito del Ministero contenente i dati. Questa, secondo me, è una buona strategia individuale da adottare.

Ma come dobbiamo comportarci con i diretti responsabili? La risposta è da ricercare in un post su Twitter di Salvini: ieri ha lanciato il suo ultimo attacco contro Laura Boldrini, da tempo capro espiatorio che utilizza per compattare i leghisti. Tutti uniti per insultare l’ex Presidente della Camera. Ma le cose non sono andate come avrebbe voluto il capitano: il suo tweet ha ricevuto circa 4000 likes e 900 retweets

Il tweet di Laura Boldrini, o meglio, di un suo collaboratore, ha invece ottenuto più di 16000 likes e 4400 retweets:

Questa deve essere la nostra forza. Abbiamo dimostrato con i numeri che noi non siamo più disposti a tollerare che vengano messi alla gogna politici, ricercatori, giornalisti e cittadini comuni (a volte addirittura minorenni). Sono sicuro che Salvini – o meglio, Luca Morisi – ci penserà due volte la prossima volta. E se dovessero decidere di rifarlo dobbiamo essere pronti a ribadire come stanno le cose. #facciamorete per dire che Salvini non rappresenta 60 milioni di italiani ma solo una piccola parte. #facciamorete per dire che l’odio, la chiusura e i muri non sono MAI una soluzione. #facciamorete per mostrare l’incapacità di chi, purtroppo, ci rappresenta a chi ancora si fida di loro. #facciamorete perché è la cosa giusta da fare.

Ciao.

Benvenuto/a. I primi post sono sempre i più difficili. Quindi facciamo una cosa: ignora questo articolo e leggine un altro che sarà sicuramente più interessante di questo. Se vuoi continuare a leggere cazzi tuoi.

La mia passione è il giornalismo, specie quello politico. Ho iniziato a interessarmi alla politica a circa 15 anni, facendolo con il classico spirito di ribellione che caratterizza quell’età. Da allora ho attraversato varie fasi e sono perfettamente consapevole di essere molto lontano dal raggiungere una maturità ideologica, ma ciò non mi vieta di riflettere su ciò che accade in questo paese e di farmi un’idea su determinati argomenti sia oggettivi e attuali che ideologici, come ad esempio il concetto di potere e ciò che comporta. Penso spesso a questo argomento, ho iniziato a farlo assiduamente nell’estate 2017. Era un’abitudine quotidiana sdraiarmi a letto, al buio, ascoltare Storia di un impiegato di Fabrizio De Andrè e analizzarne le parole, i significati, i suoni e i silenzi. Penso che quest’album abbia profondamente influenzato la mia visione politica e, in generale, del mondo.

Tornerò su questo album in sede separata, dedicandogli il tempo che si merita e facendo le considerazioni del caso. Per ora grazie per avere letto questa inutile introduzione che non serve ad altro che a buttare un po’ di inchiostro su questo quaderno virtuale. In omaggio ti lascio una foto del Presidente Mattarella. Because why not.